Παν είναι αριθμός, ”tutto è numero” era il motto dei Pitagorici. E per numeri si intendevano quelli interi, i numeri naturali, quelli che servono per contare, per mettere in ordine.

Disintossicato dal Continuo e dall'Infinito, lasciatemi alle spalle le teorie di Cantor e la filosofia di Parmenide, voglio assaporare il Discreto, godere del Finito. Voglio elencare, numerare, mettere in ordine.

E mettere le cose in rapporto con i numeri finalmente mi da pace.

domenica 8 gennaio 2012

Lettera a Platone




Caro Platone

Era un po’ che volevo scriverti. Non è stato facile, incuti un certa reverenza. Sei considerato il più importante dei filosofi greci. Certo c’è anche Aristotole, ma quest’ultimo è troppo cervellotico, e poi, onestamente, non ho poi mai capito quale grande contributo abbia dato alla filosofia se non quello di formalizzare in maniera sistematica quello che fino allora era stato detto. Tu invece sei considerato il "Filosofo”. C’e addirittura chi come Whitehaed, autore insieme a Bernard Russel dei Principia Mathematica, ha sostenuto che “tutta la storia della filosofia occidentale non è che una serie di note a margine su Platone” ¹⁾ e che quindi dopo di te non è stato detto in sostanza nulla di nuovo.

Certo, anche io ti rispetto, e ritengo che nessun altro abbia influenzato più di te il destino della filosofia occidentale. Ma onestamente credo che, nel tentativo di sistemare quanto detto dai filosofi presocratici, ti sei fatto, da un lato, prendere la mano da alcune questioni della politica dei tuoi tempi, e dall’altro influenzare un pò troppo dalle cervellotiche idee di Parmenide ignorando completamente Democrito e la sua ipotesi atomistica². Quando nei tuoi dialoghi parlavi delle sue teorie ti sei guardato bene dal citarlo e si dice che all’Accademia, la tua scuola, era addirittura vietato pronunciarne il nome.

Capisco che la condanna a morte del tuo maestro Socrate ti abbia profondamente segnato. Come poteva “il piu giusto tra gli uomini” ³⁾ essere considerato dalla politica un criminale? La filosofia e la politica sono così distanti? Ma non sono tutti, filosofi e politici, alla ricerca della conoscenza e della virtù? Ma il bene, la virtù, è conoscibile? E la conoscenza in generale è possibile? Giustamente ti sei posto con forza queste importanti questioni, anche perché intorno a te i sofisti andavano affermando che la conoscenza non era possibile. Il loro argomento era un pò forzato ma logicamente ineccepibile: o non si conosce quello che si cerca e quindi non lo si può riconoscere quando lo si è trovato, oppure qualora si conosca già quello che si cerca la ricerca diventa inutile⁴⁾. Ogni affermazione quindi può essere vera o falsa, è solo un questione di retorica.

Posso capire che affermazioni del genere possano averti dato fastidio, e quindi hai fatto bene  a cercare dei principi, ad affermare che conoscere e quindi distinguere tra vero o falso era possibile.

Dovendo gettare le basi di una gnoseologia a prova di sofista, hai pensato bene di partire dalla filosofia della conoscenza di Parmenide, che aveva fatto distinzione tra il mondo percepibile dalla mente (la verità, aleteia) e quello percettibile dai sensi (l'apparenza, doxa), relegando però quest'ultimo a mera apparenza e svalutando così la conoscenza sensoriale.

Tu hai ripreso il ragionamento di Parmenide introducendo un dualismo un poco più sofisticato, distinguendo tra doxa (conoscenza sensibile) ed episteme (conoscenza intellegibile). Nella tua visione la conoscenza sensoriale, rivalutata rispetto a Parmenide, fungeva da stimolo per fare riapparire le idee nella mente. Le idee continuavano però ad avere, come in Parmenide, caratteristiche opposte a quelle degli enti empirici: erano incorruttibili, ingenerate, eterne, non soggette a mutamento e stavano in un altro mondo, nell’iperuranio. Un'altra novità consisteva nel fatto che l’anima aveva contemplato l'iperuranio e le idee, prima di materializzarsi nei nostri corpi⁵⁾. Quindi l’apprendere ed il conoscere in realtà è un ricordare (anàmnesis).

Capisco che questa visione risolveva in modo elegante le aporie sofistiche, che permetteva di stabilire l’unicità della verità e della virtù. Inoltre il processo di conoscenza era ridimensionato ad un fare emergere i ricordi dell’anima e quindi in questo vedevi affermata la funzione del filosofo come “levatrice” d’idee. Sono convinto che questo ultimo aspetto  non è unicamente un tributo al tuo ego filosofico, ma ti dava anche la possibilita di dare fondamento al metodo del tuo maestro Socrate che della maieutica (l’arte dell'ostetricia filosofica) aveva fatto la sua bandiera.

Ma per sistemare i sofisti hai dovuto complicarti non poco la visione del mondo: Innanzitutto il fastidioso dualismo tra il mondo empirico e quello delle idee ti deve aver procurato parecchi grattacapi, visto tutte le complicazioni che ti sei andato a cercare per risolvere le più che apparenti contraddizione logiche nel definire una differenza ontologica tra essere (idea) ed ente:
  • Prima la teoria della partecipazione (methexsis), le entità particolari parteciperebbero ognuna dell'idea corrispondente⁶⁾. 
  • Poi la teoria dell'imitazione (mimesis), secondo la quale gli enti naturali sarebbero imitazioni della loro rispettiva idea
  • Poi, a modo di deus ex machina delle tragedie,  hai introdotto  la figura del demiurgo, un semidio che aveva il ruolo di mediatore tra i due mondi⁸⁾.
  • Alla fine, addirittura, ti sei rivoltato contro il tuo padre filosofico, Parmendide, commettendo quello che tu stesso hai definito un parricidio, e mettendo in discussione  perfino l’immobilità dell’essere e delle idee introducendo il principio della divisione (diairesis) che permetteva di creare una gerarchia della realtà ontologica e quindi un suo avvicinamento “graduale” alla realtà empirica⁹⁾.
Ma vada per il dualismo, ma dovevi proprio inventarti l’anima eterna che contempla le idee dell’iperuranio? Permettimi, ma è proprio una cosa ridicola: le anime che tra una reincarnazione e l’altra, simili a cocchi alati, riescono a scorgere tra gli squarci delle nuvole l’iperuranio dove risiedono le idee. Le anime poi, precipitano nei corpi, reincarnandosi, si dimenticano la loro visione delle idee e, prigioniere dei sensi, sono portate a identificare la realtà col mondo sensibile. I filosofi sarebbero poi quelli che hanno osservato le idee meglio degli altri ed il loro compito è quindi quello di aiutare le anime a ricordarsi di quella fugace visione dell'iperuranio¹⁰.

Caro Platone con tutto il rispetto ma questa mi sembra proprio una grande boiata. Devo ammettere che da ragazzo ero affascinato da queste storie: il mito della caverna, il mito della biga alata, le idee incorruttibili. Del resto i giovani hanno bisogno di credere che la Verità e la Virtù (con la V maiuscola) esistano e quindi l’operazione che ti era riuscita con i sofisti funziona bene anche con loro. Ma con il senno del poi, forse era meglio se tu avessi ragionato un po’ di più sulla filosofia materialista di Leucippo e Democrito soprattutto vedendo i danni che, complici il tuo allievo Aristotele ed i padri della chiesa, hai apportato alla storia dell'occidente rallentando l’introduzione del metodo scientifico per quasi duemila anni.

E poi quella storia dei filosofi che, tra una metempsicosi e l’altra, sono riusciti a contemplare meglio le idee perché quel giorno l'iperuranio era poco nuvolo, ebbene quella a pensarci bene, di danni ne ha fatti proprio parecchi!

Caro Platone scusa l’irriverenza, ma te possino….

Federico 

Note:
1)  A. N. Whitehead (1861-1947), filosofo e matematico britannico in Process and Reality, p. 39, Free Press, 1979 
2)  Platone,, Timeo 
3)  Platone, Lettera VII, 324 e. 
4)  Platone, Menone, 80 d-e. 
5)  Platone, Menone 
6)  Platone, Parmenide 
7)  Platone, Parmenide 
8)  Platone, Timeo 
9)  Platone, Sofista, 241d 
10) Platone, Fedro, Mito del carro e dell'auriga, 246 a – 249 b